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mercoledì, 27 giugno 2007

Il Vertice, il Mini Trattato, e l'Europa che "riparte"
Il vertice del Consiglio Europeo del 22-23 giugno 2007 aveva l’obbiettivo di sbloccare lo stallo sulla Costituzione Europea al quale si era giunti con il “no” di Francia e Olanda nei referendum confermativi sulla Costituzione stessa.
 
Si è arrivati al vertice con la Gran Bretagna intenzionata a porre delle condizioni volte a limitare la portata del trattato, con la Polonia che minacciava di mettere il veto se non le si dava un maggior peso nei processi decisionali, con una Germania alla Presidenza di turno dell’Unione intenzionata ad uscire a tutti i costi dal vertice con un accordo in mano e con la Francia che presentava una proposta di minitrattato, appoggiata dalla Spagna fin da prima del vertice.
 
Riguardo a questo mini-trattato, Valéry Giscard ‘Estaing il 15 giugno su Le Monde, in un intervento intitolato “Sì a un trattato semplificato, no a un trattato mutilato”, scriveva: “Gli Stati europei possono uscire dallo stallo a condizione che rispettino lo spirito del trattato costituzionale. Alla riunione del 21 giugno il Consiglio Europeo dovrà stabilire una road map, ed un mandato chiaro per arrivare al compimento del processo di ratifica del Trattato costituzionale in corso. La preparazione di questa riunione è assicurata dalla presidenza tedesca dell’Unione. Ciascuno riconosce la determinazione, la competenza e l’apertura di spirito della Cancelliere Angela Merkel.”
 
Il vertice al via
Il vertice ha avuto dei momenti di grande tensione: il premier polacco Kaczynski è arrivato a dichiarare che “senza il terrore dell’occupazione tedesca nella seconda guerra mondiale, senza fucilazioni di massa e soprattutto senza campi di concentramento, la Polonia oggi avrebbe 66 milioni di abitanti invece che 38, e sarebbe inoltre un paese altamente sviluppato.” Non solo una caduta di stile, ma l’ennesimo segnale dell’ostilità che la Polonia manifesta ormai periodicamente nei confronti della Germania. La Polonia rivendica un’attribuzione dei voti nelle istituzioni europee proporzionale alla radice quadrata della popolazione dei singoli stati. Nonostante la stampa abbia in genere rappresentato una Polonia completamente isolata su questo punto, il quotidiano austriaco die Presse ha riportato un’affermazione del Premier Ceco Mirek Topolanek a supporto della proposta polacca sul sistema di attribuzione dei voti.
 
Nel corso delle trattative sono emerse la tenacia della Cancelliere Merkel e la statura del neoeletto presidente francese Nicolas Sarkozy, che è saputo andare oltre l’asse franco tedesco, coinvolgendo Blair e Zapatero nelle trattative per convincere la Polonia ad accettare un compromesso.
 
Una novità positiva di questo vertice è che sembrano cadute (forse momentaneamente) molte delle contrapposizioni che hanno caratterizzato negli ultimi anni la politica europea: sembra scomparsa la contrapposizione tra Stati grandi e Stati piccoli, con la Polonia unico stato “medio” a fare i capricci. Scomparsa anche la contrapposizione tra Stati vecchi e Stati nuovi e quella tra Stati contribuenti e stati beneficiari (ossia tra quelli che pagano all’Europa più di quanto ricevano e quelli che si giovano dei finanziamenti europei).
 
Una contrapposizione rimasta in piedi è certamente quella tra paesi federalisti e “paesi intergovernativi”: i primi auspicano uno Stato Federale, mentre i secondi sono contrari alla cessione di quote di sovranità da parte dei governi nazionali. I più avversi alle posizioni federaliste sono tradizionalmente gli inglesi, che, come abbiamo visto, erano determinati a non cedere su determinate condizioni, a non arretrare oltre a determinate ‘red lines’.
Da un punto di vista europeista e liberale le resistenze del Premier inglese hanno degli aspetti positivi e degli aspetti negativi: da una parte si vorrebbe un’Europa più unita, dall’altra parte non si può che dar atto agli inglesi del fatto che l’opposizione a recepire una Carta europea dei Diritti derivi dalla presenza in quel documento di eccessivi diritti positivi in termini di welfare e di eccessivi poteri garantiti al sindacato.
 
La conclusione e le novità
La conclusione su questo punto è stata un compromesso al ribasso: la Carta europea dei Diritti non sarà una fonte del diritto in Gran Bretagna, mentre lo sarà negli altri 26 paesi dell’Unione.
Un’Europa per certi versi meno liberale, quindi, a maggior ragione per il fatto che, tenendo conto dei “no” alla costituzione precedente motivati con un’avversione ad un’Europa “ultraliberale” (che non si capisce ancora dove sia) il Presidente francese Nicolas Sarkozy è riuscito ad imporre dei principi per il protezionismo delle imprese europee dalla concorrenza esterna.
 
Una speranza per i liberali è quella che Tony Blair sia il primo presidente dell’Europa “a tempo pieno”: il trattato prevede infatti che la Presidenza dell’Unione duri due anni e mezzo (che ora dura 6 mesi e viene assunta a turno da un Capo di Stato o di Governo nazionale). Una proposta in tal senso era stata avanzata da Sarkozy ancora prima dell’inizio del vertice.
 
Un’altra innovazione è l’istituzione di un Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la Politica Estera e per la Sicurezza ". In sostanza vengono riunite le funzioni dell’attuale Alto Rappresentante dell’Unione per la politica estera e del Commissario dell’unione per la politica estera. Attualmente queste cariche sono ricoperte dallo spagnolo Javier Solana e dall’austriaca Benita Ferrero-Waldner. Con il nuovo ufficio la politica estera europea avrà per la prima volta un unico volto. Anche in questo caso la Gran Bretagna, tradizionalmente attaccata alla sua alleanza con gli Stati Uniti e non disposta a delegare ad altri le sue scelte su questi temi, ha imposto una – forse simbolica – frenata, chiedendo ed ottenendo che nel trattato si parli di un Alto Rappresentante e non di un Ministro degli Esteri.
 
La questione dell’attribuzione dei voti ha visto anch’essa un compromesso in cui l’adozione della doppia maggioranza per l’approvazione delle decisioni nel Consiglio Europeo (55% degli Stati, che rappresentino almeno il 65% delle popolazione dell’Unione) viene spostata appena al 2014. Inoltre, in caso di controversie, gli Stati si possono richiamare fino al 2017 alle norme previste dal Trattato di Nizza attualmente in vigore e richiedere il rinvio di una decisione non gradita. Il pericolo del veto polacco è stato quindi scampato, ma a prezzo di concessioni molto forti tanto che la Polonia ha cantato vittoria e ha attaccato in modo irriverente Angela Merkel sulla stampa.
 
Tra le altre novità si deve segnalare la riduzione del numero di commissari da 25 a 15 ed il rafforzamento delle competenze nazionali: entro 8 settimane dall’emanazione dei provvedimenti europei i Parlamenti nazionali possono opporsi ad essi, se ritengono che sia stata violata la loro competenza nazionale. Dal punto di vista liberale questo è positivo, perché si mette già ora un contrappeso al continuo crescere del potere della burocrazia europea.
 
Gli Stati nazionali, come ad esempio la Gran Bretagna, possono recedere dai decreti europei che prevedono collaborazioni più strette in tema di giustizia o di polizia, e possono differenziare le proprie politiche anche nelle questioni del welfare. Se entro quattro mesi non viene raggiunto un accordo su queste politiche, i singoli stati che lo vogliano possono procedere. In altre parole, è stata spalancata la porta all’Europa a più velocità: ciascuno Stato potrà scegliere quanto integrarsi con gli altri.
 
In sostanza un vertice con pochi punti positivi, ma sostanzialmente si voleva far ripartire il processo di integrazione e ci si è riusciti, anche se con una soluzione al ribasso. Chi ha lavorato di più in questo senso, ossia Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, ha avuto motivo di grande soddisfazione. Chi è riusciti ad imporre le proprie condizioni, ossia Blair ed i fratelli Kaczynski, ha potuto cantar vittoria. Chi ha premuto per una maggiore integrazione, come Prodi, non ha saputo far valere le proprie posizioni, ed è tornato a casa deluso.

Postato da: LiberaleEuropeo a 20:10 | link | commenti (1)